Tegolino – Mulino Bianco





    Collezione privata. Non disponibile.

    Tegolino – Mulino Bianco è una scultura unica di Cristian Bertolotto realizzata in plastica riciclata termoformata a mano.
    L’artista trasforma l’iconico packaging del celebre snack in un oggetto accartocciato e deformato, sospeso tra memoria dell’infanzia e riflessione critica sul consumo e sul rifiuto.

    Un’opera che cristallizza il gesto quotidiano dello scarto, rendendo permanente ciò che normalmente viene dimenticato.
    Pezzo unico, firmato e datato.

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    Descrizione

    Tegolino – Mulino Bianco

    Un’icona domestica trasformata in reliquia contemporanea

    Tegolino – Mulino Bianco è un’opera in cui Cristian Bertolotto trasforma uno degli oggetti più familiari dell’immaginario alimentare italiano in una scultura di forte impatto simbolico.
    L’artista prende il celebre packaging del Tegolino Mulino Bianco — prodotto legato all’infanzia, alla merenda, alla quotidianità domestica — e lo ricostruisce in plastica riciclata termoformata a mano, piegandolo e accartocciandolo fino a evocare l’aspetto reale di un involucro dopo l’uso.

    L’opera non rappresenta il prodotto, ma il suo destino materiale.
    Non il momento del consumo, ma ciò che resta dopo.

    Per riferimento al brand e alla linea storica Mulino Bianco:
    https://www.mulinobianco.it

    Dal gesto quotidiano alla forma artistica

    Aprire, strappare, piegare, buttare.
    Sono gesti automatici, invisibili, ripetuti milioni di volte.

    Bertolotto intercetta proprio questo momento e lo rende permanente.
    L’imballaggio, normalmente destinato a sparire in pochi secondi, viene fermato nel tempo, irrigidito, trasformato in corpo scultoreo.

    Le pieghe e le tensioni della plastica conservano la memoria del gesto umano.

    Infanzia, consumo e memoria

    Mulino Bianco è parte della memoria affettiva italiana: colazioni, merende, cucina di casa.
    Il Tegolino, con la sua immagine rassicurante, appartiene a una dimensione emotiva collettiva.

    Proprio per questo Bertolotto sceglie questo soggetto.
    Perché rappresenta un consumo percepito come innocente, familiare, quotidiano.

    Ma nella versione accartocciata dell’opera, quell’immaginario si incrina.
    L’involucro sopravvive al contenuto.
    La dolcezza scompare, la plastica rimane.

    Il packaging come pelle del consumo

    La superficie dell’opera appare come una pelle.
    Le pieghe non distruggono l’immagine, la trasformano.

    Ogni deformazione registra un gesto.
    Ogni tensione racconta un contatto.

    L’oggetto industriale, pensato per essere perfetto e seriale, diventa fragile, irripetibile, quasi organico.

    Plastica riciclata: scelta etica e linguaggio formale

    L’opera è realizzata interamente in plastica riciclata termoformata manualmente.
    La scelta del materiale è parte integrante del significato: sottrarre plastica al ciclo dei rifiuti e reinserirla in una nuova narrazione visiva.

    Approfondimento sul riciclo della plastica:
    https://plasticseurope.org/sustainability/circularity/recycling/

    La plastica resta visibile, lucida, viva.
    La materia industriale diventa forma unica.

    Un’icona globale riletta dall’arte

    Mulino Bianco è un marchio legato alla cultura alimentare italiana contemporanea.
    Bertolotto non lo attacca: lo ricontestualizza.

    Lo trasforma in oggetto archeologico del presente, in reliquia pop che racconta non solo ciò che consumiamo, ma ciò che lasciamo dietro di noi.

    Il packaging diventa fossile culturale.

    Il valore della frattura

    Le pieghe, le fratture visive e le deformazioni non sono errori: sono il linguaggio dell’opera.

    Un richiamo concettuale è il principio del kintsugi, l’arte nipponica che esalta le crepe e dona una nuova vita a oggetti che altrimenti non vivrebbero più:  https://www.kintsugi.art

    La rottura diventa memoria visibile e tangente.

    Pezzo unico

    L’opera è un pezzo unico, firmato e datato.
    Ogni piega è irripetibile, come un’impronta digitale.
    La produzione industriale si trasforma in gesto singolare.
    Quest’opera mette in dialogo memoria personale e immaginario collettivo, trasformando un oggetto familiare in una presenza scultorea che trattiene tempo, gesti e abitudini.
    La superficie piegata diventa archivio visivo del consumo quotidiano, dove ciò che era effimero acquisisce peso, durata e una nuova possibilità di essere guardato, compreso, ricordato.

    Una scultura che parla di noi

    Quest’opera parla di memoria domestica, di consumo quotidiano, di abitudini invisibili.
    Ma parla anche di tempo, rifiuto e trasformazione.

    Guardandola, si ha la sensazione che l’oggetto abbia vissuto.
    Non è più imballaggio.
    È traccia.

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    Plastica riciclata

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